L'educazione tra il perdono e la felicità

Incontro tenuto da Gemma Capra, vedova del Commissario Calabresi, al Centro Giovanile, il 19 gennaio 2013.

Alessandro Banfi: Proseguiamo i nostri appuntamenti per condividere la nostra responsabilità educativa. Oggi abbiamo con noi la signora Gemma Capra, vedova del Commissario Luigi Calabresi.

Il tema dell’incontro è: “L’educazione, tra perdono e felicità”, ma io vorrei partire proprio da quel giorno, dal 17 maggio 1972. Io avevo tredici anni, ma me lo ricordo bene. Mi viene sempre da pensarci quando penso a maggio, mi è venuto anche in occasione dell’attentato a Falcone. Maggio è un mese meraviglioso, è un mese che in passato mi è capitato di aspettare tanto, è il mese delle rose, della Madonna. Da bambino era il mio mese preferito, quello che precedeva giugno in cui si chiudevano le scuole. Mi sembra più crudele morire di maggio.

Anche se è difficile vorrei partire proprio dal giorno in cui hanno ucciso suo marito, capire cosa è stato quel giorno per lei, quando Luigi Calabresi è morto.

Gemma Capra: Quel giorno un vicequestore arriva a casa mia e mi dice che mio marito è stato ferito a una spalla. Io avevo due bambini piccoli e aspettavo il terzo. Mario, il più grande, aveva due anni e tre mesi, il secondo aveva undici mesi. Chiedo di portarmi da mia madre a lasciare i bambini per poi andare in ospedale che era lì vicino.

Nel frattempo, mentre uscivo da casa, arriva anche il mio parroco che sale in auto con noi.

Quando sono a casa di mamma il poliziotto tergiversa, il vicequestore dice di voler aspettare ulteriori notizie, nessuno vuol dire nulla, gli sguardi si incrociano, io percepisco che c’è qualcosa di diverso da una ferita a una spalla. Alla fine prendo il mio parroco per le spalle e gli dico: “Don Sandro, dimmi la verità” e lui in quel momento, con il solo movimento delle labbra, senza tirare fuori la voce, dice: “è morto”. Io -scusate, mi commuovo anche a distanza di quarantuno anni- mi accascio sul divano con un dolore lancinante, che non è solo un dolore interiore è anche un dolore fisico, è uno smarrimento totale.

In quel momento, sul quel divano, piano piano, io sento arrivare dentro di me una sorta di pace, di silenzio ovattato come se intorno a me non ci fosse più  nessuno che corre, che apre la porta, che parla. Per me non esisteva più niente intorno e percepivo una forza interiore. Sentivo che qualcuno era venuto in mio aiuto, che non ero sola.

In quel momento ho ricevuto il dono della fede. Dio mi ha dato la fede come dono in quel momento.

Ho detto al mio parroco che era vicino a me e mi teneva la mano: “Diciamo un’Ave Maria per la famiglia dell’assassino”. Pensavo che fosse ben più devastante il dolore di quella famiglia. A venticinque anni, in attesa del terzo figlio, piena di gioia di vivere, mi piaceva andare a ballare, amavo la musica, i Beatles, non è possibile una cosa del genere, se non è Dio che opera in te, che vuole dare una testimonianza attraverso te. Io questo l’ho capito e ho pensato che probabilmente avrei dovuto testimoniare per tutta la vita, se Dio voleva questo.

Io sono convinta che Dio corre in aiuto di tutte le persone che hanno un grande dolore o subiscono un’ingiustizia, una tragedia, ma sono anche convinta che bisogna saperlo riconoscere, bisogna saper dire: “Sì, sono qui, sono disponibile, se succede questo ci sarà un perché, Lui mi darà la forza e io dovrò testimoniare”, ecco anche perché oggi sono qui, dopo tanti anni.

La fede non ti toglie il dolore, non ti toglie la sofferenza, ma la riempie di significati, ti dà la forza, ti dà un perché, ti dà un valore. In questo modo ti fa crescere.

Naturalmente ci sono alti e bassi, momenti in cui ti dimentichi questi pensieri, momenti più difficili.

Per esempio quando io ho degli scoraggiamenti, mi dico: “Gemma reagisci perché lo sai che Dio esiste, perché tu l’hai provato”. Io ho proprio sentito il suo passaggio in me.

Io venivo da una famiglia molto religiosa, una mamma con una forte fede fatta di dialogo con noi figli e di esempio. Io sono la quarta di sette figli, per noi era normale andare a messa la domenica, recitare le preghiere, era normale crescendo fare del volontariato, ma non era una scelta mia, era così perché per tradizione familiare così doveva essere.

Da quel momento la scelta è mia, la fede è diversa, prima non era fede, era un imitare i genitori, era anche forse un farli contenti, era avere una religione. Ma la fede è un’altra cosa, è molto più profonda, è quel qualcosa a cui tu, ogni giorno devi attingere e ogni giorno dici: “Sì, sono convinta, lo voglio”. Naturalmente io non ho mai detto: “Perché a me?”. E allora perché agli altri? La vita è questa, succedono anche queste cose, tu devi accettare. Quando tu apri  la porta della sofferenza scopri che non sei mai solo e anzi c’è ben di peggio, quindi impari a farti aiutare, ad aiutare gli altri, e condividi.

Secondo me la sofferenza, come la gioia, va condivisa. Io per assurdo, non vorrei essere fraintesa, credo che questa esperienza, così tragica, mi abbia reso migliore. Io sono convinta che attraverso questo dolore io sono migliorata, sono rinata. 

Banfi: Ci sono tante cose che meriterebbero domande, ma vorrei stare sul tema del condividere. Condividere è una parola che noi oggi usiamo tanto, penso a Facebook. Forse perché siamo soli, siamo in una società in cui la solitudine è proprio, a volte, determinante, invece mi sembra che quella del condividere sia una delle questioni importanti.

Lei quindi aveva due bambini piccoli, e ne aspettava un terzo, come questa fede, come questo condividere, come questo sentire che il Signore è con te, il secondo versetto di quell’Ave Maria che lei dice subito insieme al prete, questo sentire suo esistenziale che il Signore è con lei, come è diventato costitutivo del rapporto con i figli, il modo non solo per superare quel trauma, ma per tirare su una famiglia, educare dei ragazzi senza più un papà.

Gemma Capra: Intanto ho deciso da subito che dovevo educare i miei figli nella gioia di vivere che avevo avuto nella mia famiglia.

Io la gioia la metto dappertutto, è importantissima, donare il sorriso sempre, in qualunque modo agli altri, fa bene a se stessi. Io mi ero prefissata di dare ai miei figli la gioia di vivere. E poi la mia seconda decisione è stata di non crescerli nel rancore, nell’odio, tantomeno nel desiderio di vendetta. L’odio, il rancore, ti divorano tutto, ti immobilizzano, non ti permettono più di costruire niente, ti perdi tutto ciò che di bello c’è nella vita. Se ti alzi la mattina con il rancore, la rabbia, l’odio dentro, come fai a crescere dei bambini, vedere le loro scoperte, sentire le loro parole nuove, scoprire una nuova amicizia, godere di un tramonto, di un paesaggio? L’odio ti divora tutto, è come far vincere ogni giorno la cultura della morte.

Questo è stata la prima cosa, la base della mia scelta per educare i miei figli. E poi ho veramente pregato tutta la mia famiglia, i miei amici più cari, di non vedermi come la “vedova Calabresi”, ma come la mamma di Mario, Paolo e Luigi, di vederci come una famiglia normale, di considerarci, come prima, un gruppo familiare. Questo era proprio un aiuto che ho chiesto all’esterno, non dovevamo creare disagio, ma dovevamo essere una famiglia considerata tale.

L’impostazione educativa con i miei figli è sempre stata quella del dialogo. È fondamentale dirsi qualunque cosa, non dirsi mai bugie.

Qui vedo tanti giovani, ma anche, credo, tanti genitori, il dialogo è essenziale, è importantissimo. Io ho imparato che bisogna sempre dire tutto, non aver paura che i figli ti ridano dietro, non aver paura di essere banale o troppo semplice o troppo  profondo. Tutto quello che ti viene dal cuore devi dirlo, ci sono messaggi che vanno condivisi, che vanno detti. Non immaginavo che poi, nel libro che abbiamo citato all’inizio, che io ho letto solo quando è uscito in libreria, Mario, mio figlio maggiore, mi avrebbe fatto un regalo incredibile, quel libro è un omaggio a me, perché lui mi cita dicendo: “Perché mamma ci diceva… Mamma ci raccomandava…  Mamma mi ha consigliato”.

Vuol dire che poi c’è sempre un ritorno. Anche quando c’è  un periodo difficile e voi pensate che vostro figlio non vi ascolti, che vi contesti, non importa, voi date perché tornerà. L’importante  è che loro sentano che date con amore! Io l’ho scoperto da quel libro, non immaginavo che lui avesse fatto tesoro e ricordato tante cose.

Banfi: Io aggiungo che tante volte pesiamo le parole con il capufficio, con un collega, con uno sconosciuto mentre con i figli, con la moglie, con il marito, non lo facciamo. Il libro è un omaggio alla verità di questi messaggi “che vanno detti”. Ecco la cosa importante per il nostro discorso sull’educazione.

Gemma Capra: Oggi, quando mi capita di scoraggiarmi, di avere dei momenti difficili, per esempio l’anno scorso è stato molto pesante per la mia famiglia, loro si aspettano da me quella fede che io ho sempre dimostrato, vogliono da me quella forza, quella speranza e quella gioia di vivere che ho sempre dato loro.

Oggi la mia forza sono loro. Loro non vogliono cedimenti, mi dicono subito: “Ma allora la tua fede dove è finita?” Questo è molto bello perché c’è questo scambio, questo ritorno.

Banfi: Torniamo a quei giorni, una delle cose impressionanti di questa storia, che emerge leggendo il libro di Mario è il vuoto, perché la solitudine non è solo la solitudine di una donna che perde il marito a causa di un atto di violenza, ma è una solitudine sociale conclamata, tanto che i necrologi sono pochissimi, sono pochissime le partecipazioni al lutto, perché nessuno si sente di sovrapporre la propria immagine a quella del commissario Calabresi, sono tre o quattro in tutto. Una delle storie che Mario racconta nel suo libro è che uno dei pochi che aveva fatto un necrologio, era stato considerato talmente ardito che il Corriere della Sera era andato a cercarlo per intervistarlo. Però lei nel necrologio ha messo una frase del Vangelo, delle parole di Gesù: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Ecco uno dei temi di oggi, il perdono.

Gemma Capra: Questa frase l’ha scelta mamma, io in quel momento forse non sarei stata in grado, ma l’ho accettata, ci siamo dette che bisognava spezzare questa catena di violenza e di odio con una frase di amore. Mamma ha scelto questa frase e io sono stata d’accordo.

Per anni non ho più pensato a questo necrologio, poi a un certo punto ecco che mi riaffiora, allora mi sono detta che era il momento di farla mia.

L’avevo scritta, l’avevo firmata, anche se l’aveva scelta mia madre io ero d’accordo, quindi dovevo sentirla sulla mia pelle, dovevo sentire che è mia che mi appartiene, sono passati degli anni.

Ho molto meditato e mi sono data questa spiegazione, l’ho anche scritta, quindi qualcuno l’avrà già letta, mi sono detta: “Ma perché Gesù, sulla croce, non ha perdonato direttamente i suoi assassini? Lui era Dio, aveva certamente la forza e le carte in regola per dire “Io vi perdono perché non vi rendete conto di quello che state facendo”. Però attenti, Gesù era anche uomo in quel momento, quindi soffriva, sia fisicamente che moralmente, si sentiva tradito.

Io penso che come uomo abbia pensato e sentito che per un uomo è difficilissimo perdonare nel momento in cui è vittima di una tragedia e quindi ci indica Lui una strada, cioè fa chiedere a Dio di farlo Lui al posto nostro.

Lasciando a noi il tempo del cammino.

Io, da allora, mi sono resa conto che potevo cominciare a camminare, stavo camminando.

Il perdono è molto lungo e molto difficile.

Ci sono dei momenti in cui ci si avvicina e degli altri in cui si scivola indietro e ci si arrabbia. Qui sono in mezzo a due giornalisti, mi dispiace dover dire che la frase più cretina, quando succede una tragedia, è quella che il giornalista di turno con il microfono in mano dice al familiare della vittima, chiedendogli immediatamente: “Lei perdona?”. Qualunque cosa uno risponda in quel momento non può corrispondere a verità, perché tu sei disorientato, sei distrutto, sei annientato, non hai capacità di scelta, devi mettere a posto tutta la tua vita, non puoi rispondere! Magari dai pure una risposta, ma non è tua, il Signore ti illumina, ma il perdono non si dà con la mente, né con le parole, ma solo con il cuore.

Io devo dire che dopo tanti anni oggi riesco a pregare ogni tanto anche per gli assassini di mio marito. Spero di riuscire un giorno a portarli con me quando vado a fare la comunione, perché comunione, lo dice la parola, vuol dire condividere, vuol dire andare insieme. Non ci sono ancora riuscita, è inutile dirlo, bisogna farlo con il cuore, io voglio riuscirci.

Più facile è perdonare chi te lo chiede. Leonardo Marino, quello che ha confessato e che ha molto sofferto, perché è stato denigrato dal suo gruppo, abbandonato, linciato, ci ha chiesto perdono. E allora Leonardo Marino lo abbiamo  perdonato perché è più semplice e anche perché penso che la sofferenza, anche se di tipo diverso accomuna, ci rende veramente fratelli. Più difficile perdonare  chi non chiede il perdono e non lo vuole, però io penso che si possa fare un cammino anche interiore, individuale, non avere rabbia contro questa persona, non volere il suo male, avere un pensiero tenero.

Una volta un ragazzino della terza media mi ha fatto questa domanda: “Ma secondo lei, non è che quando uno muore poi diventa sempre santo?” Io ho risposto: “Sì è così, ed è giusto che sia così, ma perché uno dopo una vita deve essere ricordato per gli sbagli che ha fatto e non per qualcosa di buono e di bello che ci lascia il suo esempio?”.

Io mi ricordo che durante le udienze i figli di Sofri non potevano avvicinarsi perché facevano parte del pubblico e dovevano stare dietro la transenna.

Quando c’era l’intervallo lui andava sempre dai figli, soprattutto il maggiore che c’era sempre, e io gli ho visto fare una carezza al figlio con una grande tenerezza, dicendogli: “Dai, vai a casa, non stare qui”. Voi sapete che io spessissimo, quando penso a Sofri lo ricordo in questo atteggiamento? Perché mi aiuta, perché lui è anche quella persona lì, per cui può aver sbagliato, ma perché non dobbiamo ricordarlo per quella carezza?

Il perdono è questo tipo di cammino.

Banfi: Io starei qui per ore a parlare solo di questo punto perché il perdono è  un punto decisivo della vita. Il perdono lo dà solo il Padre, come lei ha detto stupendamente. Quando andiamo a confessarci è il Padre che ci perdona. Come ci insegnava sempre don Giussani, non è importante quanto tu ti vuoi imputare della colpa, ma già solo il fatto che forse vorresti cominciare a pensarci, già sei perdonato. Perché l’importante è che ti inginocchi, che riconosci l’autorità, riconosci il Padre. Il perdono fa parte di una Grazia e lo fa il Signore.

Anche per lei esistenzialmente, come lei ha ben spiegato, anche per gli assassini di suo marito, il perdono lo dà il Signore e passa attraverso il rapporto con il Padre.

Vorrei dire a questo proposito che pur non essendo un amico di suo figlio, mi ha colpito il fatto che lui abbia deciso di andare a lavorare a La Repubblica, che è una cosa che obiettivamente per come la penso io è impegnativa, perché è lo stesso giornale su cui scrive Sofri. Mi ha fatto molta tenerezza quando racconta che adulto, di successo, ha questa opportunità e viene da lei a chiedere un’opinione. Quindi la condivisione di cui lei parla vale anche quando si è grandi!

Gemma Capra: Lui abitava a Roma, gli proposero un posto, un buon posto a La Repubblica. Lui non sapeva se accettare, si preoccupava di cosa avrebbero detto gli altri, pensava che non lo avrebbero capito.

Viene a casa e me ne parla, io verso il caffè nelle famose tazzine con il bordo arancione che lui nomina diverse volte e ci sediamo in cucina dove con ansia, pieno di scrupoli, quasi a bassa voce, mi dice di questa proposta che gli è stata fatta. Mi dice delle sue perplessità perché oltre al fatto che quel giornale non è proprio corrispondente al nostro pensiero, lì scrive anche Sofri.

Io gli faccio delle domande: “.è  un buon posto? è  un posto importante? Ti farebbe crescere? Impareresti cose nuove? Per quello che hai sognato, per la tua carriera, ti sarebbe utile? Ne usciresti arricchito da un punto di vista intellettuale?” Lui mi risponde sempre sì. Gli dico: “Allora vai!”. E lui: “Ma ci scrive Sofri!” E io: “Non far decidere ancora una volta un’altra persona della tua vita, abbi il coraggio, vai e io ti appoggerò, ti difenderò”. Perché brusii ce ne sono stati tanti, un politico gli ha persino detto: “Tuo padre si volterà nella tomba”.

Io gli ho voluto far sentire che per noi non c’era problema e che noi lo avremmo difeso, perché secondo me quando un componente della famiglia fa una scelta, la scelta è della famiglia, deve esserlo. Non importa quanto tu la condivida, perché i figli ti vengono affidati, ma non sono proprietà privata, ci vengono affidati da Dio perché noi li cresciamo, ma  dovremmo ricordarci ogni giorno che loro potrebbero fare delle scelte che non corrispondono ai nostri sogni, che non sono quello che noi pensavamo, però i figli dobbiamo sostenerli e quindi dobbiamo aiutarli.

Io gli ho detto di non preoccuparsi, che non era solo, che questa scelta la facevamo tutti insieme e che lo avrei detto io ai suoi fratelli e di stare tranquillo. Lui è uscito sollevato perché lui quel posto lo voleva, si era capito benissimo, e la famiglia se è unita è una grande forza.

Sofri, dal canto suo, quando gli hanno detto che sarebbe arrivato Calabresi si è detto sicuro che lui non avrebbe più scritto una riga per quel giornale e invece così non è stato, perché con Mario caporedattore gli articoli di Sofri sono stati sempre pubblicati.

Secondo me questa scelta di andare a lavorare dove lavorava Sofri è stata una ricostruzione, una nuova partenza per tutti quanti, anche questo episodio.

Banfi: Una ricostruzione, un rafforzamento quindi. Però bisogna anche saper dire dei no ai figli, non è sempre un sì che corrisponde a far prendere la strada giusta. Come si fa a dire no ai figli?

Gemma Capra: Intanto io penso una cosa. Io sono stata tante volte a parlare ai giovani, non è vero che i giovani oggi sono qualunquisti, che i giovani non sono più come una volta. Peraltro io penso che ben venga la discoteca, piuttosto che andare a sfasciare le vetrine o in piazza ad ammazzare qualcuno, perché gli anni ’70 e ’80 non sono stati uno scherzo. Magari chi non li ha vissuti e ne ha solo letto sui quotidiani può far finta di niente, ma non era così.

L’errore di molti genitori oggi è la paura.

Ai figli troppo spesso oggi trasmettiamo la paura, la paura di soffrire, la paura di non trovare lavoro, la paura delle delusioni.

E loro lo sentono.

Questo è lo sbaglio, noi non dobbiamo togliere i problemi ai nostri figli, dobbiamo dare loro le armi per essere capaci di superare le difficoltà che incontreranno. Se gli appianiamo la strada, se facciamo tutto noi, commettiamo un errore.

Oggi i genitori vogliono dare tutto ai figli. “Non trovi lavoro? Non fa niente, stai a casa, ci pensiamo noi”. No!, vai a fare del volontariato, vai a fare un corso, approfondisci la tua cultura, fai un qualsiasi lavoretto, aiutami in casa, vai a fare la spesa. No che tu ti ammazzi e il figlio sta a casa a dormire e a navigare su internet perché, poveretto, non trova lavoro. è vero che non trova lavoro, ma non togliamo i problemi ai nostri figli, perché altrimenti poi nella vita non saranno capaci di affrontarli. Diamogli i mezzi per affrontarli, diamogli forza, diamogli coraggio, sbattiamoli fuori: “Vai a cercare, puoi riuscire, sei capace, hai le capacità”.

Se noi invece appianiamo la strada e facciamo tutto noi per paura togliamo loro la forza, la fiducia e anche la speranza e quindi anche la fede, perché è tutto collegato. Dobbiamo dare l’esempio ai nostri figli, avere un dialogo, dare dei consigli, ma dobbiamo lasciare che i problemi li risolvano loro, non appianiamo loro la strada. Il genitore una volta faceva dei sacrifici, ma pensava che il figlio sarebbe stato più fortunato di lui, che il figlio avrebbe fatto carriera, che avrebbe studiato, questo lo appagava e spronava il figlio. Oggi invece il genitore pensa che il figlio sia più sfortunato perché non troverà lavoro, non avrà la pensione e fa carico al figlio di tutte queste cose negative quando quello ha dodici, quindici, diciotto anni. Invece dobbiamo spronarli a vivere il quotidiano serenamente passo dopo passo, giorno dopo giorno, con fiducia.

Banfi: Voglio leggervi alcune righe di «Spingendo la notte più in là»: “Ho scommesso sulla vita, cos'altro potevo fare a venticinque anni con due bambini piccoli tra le mani e un terzo in arrivo? Mi sono data da fare tutti i giorni, unico antidoto alla depressione, e ho cercato di vaccinarvi dall'accidia, dall'odio, dalla condanna ad essere vittime rabbiose. Questo non significa essere arrendevoli o mettere la testa sotto la sabbia. Significa battersi per avere verità e giustizia e continuare a vivere rinnovando ogni giorno la memoria.

Fare diversamente significherebbe piegarsi totalmente al gesto dei terroristi, lasciar vincere la cultura della morte.

Gemma Capra: Ho sempre ripetuto ai miei figli la frase sulla scommessa sulla vita e sono stata felice quando l’ho riletta nel libro. Scommettere sulla vita è vivere, è credere in tutto ciò che fai, è dare valore a tutte le cose. Quando dicevo queste cose era il periodo dei processi, io volevo spiegare che quello che a noi importava era la verità, che lo Stato, visto che Luigi era un suo funzionario, facesse giustizia. A noi non interessava la pena che poi sarebbe stata comminata. Io ci tenevo a far sentire ai ragazzi che la giustizia dello Stato era comunque giusta, ma non si dovevano perdere di vista le persone. Massimo rispetto per le sentenze, anche se non ci fossero piaciute, volevo trasmettere loro il senso delle istituzioni che aveva il loro padre. Rispetto perché anche gli imputati avevano famiglie, figli, anche loro soffrivano e per noi la pena era secondaria, non ci interessava. Noi abbiamo sempre rifiutato il fatto che una persona o una famiglia debba decidere o esprimersi sulla concessione della grazia, sulla giustizia. Non siamo nel Medio Evo. È lo Stato, il Presidente della Repubblica, la Magistratura, la politica, gli italiani che devono decidere se concedere la grazia, non una persona in preda alla rabbia o al dolore. Io penso che la lotta per la giustizia sia giusta, ma noi abbiamo detto che saremmo sempre stati disponibili perché non era la pena a darci soddisfazione o a ridarci un marito o un padre.

Banfi: Io prima di lasciare spazio alle domande del pubblico voglio farle una domanda, non solo per obbligo da giornalista, la faccio delicatamente, abbiamo letto, sentito, dell’intenzione di iniziare la causa di beatificazione per suo marito, lei ha mai pensato in questi termini, in termini di santità a suo marito?

Gemma Capra: Per me è santo comunque, ma devo dire che le persone sante oggi sono tante, però “sante”, senza bisogno di etichette. Io ho deciso che non faccio niente per questo, se accadrà sarà il Signore a deciderlo. Non è che Luigi abbia detto: “Prendete me e lasciate vivere le donne e i bambini”, lui amava la vita avrebbe voluto vivere e stare con i suoi figli. È successo. È vero che qualche giorno prima, alla mia maestra delle elementari che avevamo invitato a cena, e che lo esortava a stare attento, lui aveva detto: “Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla”. Però io vorrei che la parola eroe non venisse fraintesa. È un guaio se uno viene definito eroe perché fa il suo dovere. Non confondiamo, perché gli eroi sono pochissimi.

Ci sono tantissime persone che fanno il proprio dovere e che hanno una loro santità, che hanno incontrato Dio e che fanno della loro vita un esempio, una testimonianza, sono di aiuto.

Luigi era una persona normale che faceva il suo dovere. Non voglio contestare la storia della santità che, se sarà riconosciuta, ben venga, ma è una decisione del Signore. Se ci penso allora anche mio padre era santo, perché era un uomo eccezionale, mia mamma anche. Io ho avuto dei grossi esempi sono stata fortunata, degli esempi forti. Mia madre fino a ottantaquattro anni andava in quella che potremmo definire la banlieue milanese dai drogati, ad aiutarli per farli uscire dai loro problemi. Io però penso che lei era così, aveva fatto questa scelta e io conosco tante persone così.

I giornalisti non ne parlano, ma sono tante ed è bellissimo incontrarle. Siamo tutti un po’ santi se facciamo il nostro dovere. Quando incontro le persone io penso sempre che Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza e questo significa che un pezzettino di Dio ce l’abbiamo dentro tutti. Quando una persona è scostante, ci dà fastidio, è difficile da sopportare, quando il compagno di classe fa il bullo, cercate in lui quel pezzettino di Dio perché c’è anche in lui. Se si pensasse di più a questa cosa andremmo più d’accordo, saremmo più felici, ci sopporteremmo di più.

Io, anche quando non ho monete da dare alla persona che mi si avvicina in strada, la guardo negli occhi, abbasso il finestrino e dico che torno domani. Parlo con quella persona, chiedo di dov’è, non vado avanti con la macchina per non farmi avvicinare. Ma pensate se foste al suo posto, pensatelo per cinque minuti. Se arrivano a stare in un angolo della strada a chiedere con il freddo o il caldo insopportabili devono essere proprio disperati. Anche in loro c’è un pezzetto di Dio. Se poi, per caso, come dicono alcuni, quello mi frega, io non penso di perdere la mia dignità a dargli un euro o due o quello che posso. Se lui mi ha fregato è un problema della sua coscienza, ma io non ho perso dignità ad aiutarlo. Provate, anche se non volete dare del denaro, a guardare queste persone negli occhi e loro neanche vi chiederanno più. Scoprirete veramente un cuore diverso, una persona che ha tanto bisogno di dialogo, di un sorriso.

Banfi: Visto che parliamo di santi, Lei ha conosciuto anche don Giussani?

Gemma Capra: Io non l’ho frequentato a lungo perché non mi piaceva studiare e quindi non ho fatto l’università, dopo le superiori sono andata a lavorare nell’azienda di mio padre.

I miei fratelli, che facevano l’università, hanno conosciuto don Giussani e mi hanno coinvolta. La domenica io andavo nella chiesa di sant’Antonio a Milano, c’era la messa celebrata da don Giussani e poi lui parlava per un’ora ogni volta su un tema. Io ho molto attinto nel tempo da quello che ho sentito da lui.

Inizialmente lo sentivo molto severo, per lui quello che era bianco era bianco e quello che era nero era nero, nel senso che il Vangelo ci dice questo e non di arrangiarci la fede come ci pare per comodità. Però dopo aver tuonato ci faceva sentire la misericordia di Dio in un modo meraviglioso per cui tu tornavi a casa sereno, rincuorato, sentivi la presenza di Dio e qualunque cosa accada tu sei suo figlio. Prima si diceva che il Padre perdona, lui ci faceva sentire questo.

Voglio raccontarvi un’altra scoperta che ho fatto, io leggo sempre i quotidiani, sento i telegiornali, di notte non dormo molto, prego molto per le persone che soffrono, per quello che accade. Vi faccio questo esempio per farvi capire.

Anni fa, quando era stata rapita Florence Aubenas e tutti pensavano l’avessero uccisa, ho pregato tantissimo per questa donna e una mattina mentre stavo prendendo la posta dalla cassetta Mario mi chiama e mi dice che è stata liberata. Io mi sono messa a piangere per la gioia, per la commozione, ma perché? Perché attraverso la preghiera ormai Florence era parte della mia vita, era una parente, un’amica.

La preghiera veramente accomuna, fa sentire le persone vicine.

Un giorno ero sul lungolago di Como perché Mario doveva presentare il suo libro. Mentre camminavo una persona più o meno della mia età mi riconosce, mi viene incontro a braccia aperte e mi dice: “Ma che bello incontrare una cara amica, quasi una parente, che però non si è mai vista prima”.

La stessa cosa che avevo provato io!

Quest’uomo mi dice che si è sposato lo stesso giorno in cui io sono rimasta vedova e con la moglie hanno deciso di adottarmi. Hanno sempre pregato per me, mi hanno sempre seguito e dal suo racconto io ho capito profondamente la comunione tra persone. È una cosa che dà una forza incredibile per cui quando mi viene chiesto come ce l’ho fatta, io dico: “Ce l’abbiamo fatta!”.

Io sono convinta che quelle preghiere che Dio ascolta sono la forza che io ho avuto, non c’è solo la comunione dei Santi, c’è la comunione tra di noi qui sulla terra ed è una cosa bellissima, per cui io da allora mi sono sentita forte e sento di ringraziare il mondo.  So che tanti hanno letto di me, mi hanno voluto bene, chi crede prega per me. A Milano ancora oggi spesso mi fermano per una stretta di mano, un sorriso, una carezza.

Voi mi avete aiutato a vivere, a superare, ad andare avanti, perché io so oggi che non sono mai stata da sola.

Continuiamo a pregare per gli altri perché Dio usa questa forza per tutti noi.

Banfi: Le sue parole mi hanno fatto venire in mente un episodio che racconto sempre ai giovani che vogliono fare i giornalisti. Riguarda Santa Teresa di Lisieux. Il padre non voleva che lei leggesse il giornale, lei stava ancora a casa con il papà e la sorella. Lei di nascosto lo legge e scopre che tutta la Francia parla di un condannato a morte e si mette a pregare per lui pur non conoscendolo. Coinvolge la sorella e tutti i giorni va a guardare il giornale per vedere se è successo qualcosa, finché un giorno va verso la sorella dicendo: “Abbiamo vinto!”. Abbiamo. Perché il giornale racconta che inaspettatamente quest’uomo che non credeva in Dio, prima di andare al patibolo, aveva baciato il crocifisso che gli era stato offerto.

Gemma Capra: Anche Mario voleva leggere i giornali e io non volevo perché era piccolo e ovviamente lui andava subito a vedere la cronaca nera che è la cosa che entusiasma di più i ragazzini. Io l’ho scoperto dopo, ma lui si chiudeva in bagno per leggere il quotidiano fin da piccolo.

Banfi: Il racconto più scioccante per me è quello che Mario fa nel libro di quando, durante il liceo, andava alla biblioteca Sormani a leggere i giornali dell’epoca per capire il linciaggio morale e pubblico al quale era stato sottoposto il padre.

Angelo Rinaldi: Mario ed io abbiamo lavorato tanti anni insieme e siamo diventati amici.

La cosa che mi ha colpito di Mario è il racconto che faceva sempre della sua mamma e un giorno ho avuto occasione di incontrarla.

Quello che questa sera avete avuto occasione di ascoltare è quello che ha colpito me la prima volta che l’ho incontrata perché emanava una gioia e una serenità nonostante avesse sulle spalle un macigno. Questa donna quando le è successo tutto questo aveva venticinque anni. Per Mario la madre ha sempre rappresentato la gioia, una gioia tale che ti permette di risollevarti subito quando sei demoralizzato.

La prima volta che io l’ho incontrata pensavo di essere un intruso perché era per un pranzo di famiglia in occasione della consegna della medaglia d’oro da parte del presidente Ciampi. Era un momento privato, era finita la cerimonia, c’era la signora con suo marito e i suoi figli. Io sono arrivato: Mario ci teneva che io partecipassi e devo dire che da perfetto sconosciuto sono stato trattato e mi sono sentito come uno di famiglia. La signora ed io non ci sentiamo spesso, ma io sento una condivisione con lei per quanto riguarda lo sguardo sulla realtà e questo ha rafforzato l’amicizia con suo figlio che va al di là del lavoro che facciamo e delle distanze che ormai ci separano.

Questo sguardo ci aiuta anche ad affrontare una realtà che è veramente difficile, perché poi dentro ai giornali raccontiamo la verità che ci fa comodo e non è facile, soprattutto quando ti è stato insegnato che non si devono dire bugie sulla realtà.

Gemma Capra: Io ho anche insegnato ai miei figli a vedere negli altri una ricchezza. Vi faccio un esempio.

Ho un fratello che è rimasto vedovo giovane, lui fa fatica ad accettare le persone che gli vogliono bene e che quindi gli telefonano, vanno a trovarlo, gli vogliono far fare delle cose.

Tutto è uno stress per lui, anche rispondere al telefono è un peso. Gli altri invece sono proprio la cosa più importante, sono una ricchezza.

Noi avevamo anche dei riti pubblici, persone che volevano dare una medaglia, un riconoscimento, che facevano un’aula intestata a Luigi Calabresi.

Io ho sempre detto ai figli: “Sì, è pesante a volte, è motivo di stress, ma sono atti d’amore nei nostri confronti, persone che volevano ricordare il papà, persone che volevano starci vicine, che volevano recuperare l’esempio di Luigi Calabresi, il suo modo di lavorare, i suo valori, il suo credo. Gli altri sono una forza. Ho insegnato loro che anche attraverso queste cerimonie, a volte pesanti o stressanti, c’era sempre dietro l’amore delle persone. Devono vederlo come cosa positiva.

___ Io volevo fare una domanda su Tonino Milite., Mi ha colpito perché è una grande figura di padre ed essendo anche io padre, mi ha commosso questa sua paternità.  Mi aveva colpito nel libro di suo figlio l’ultima scena in cui lei dice: “Io ho scelto la vita” e penso che quest’uomo sia una sua scelta di vita. Mi piacerebbe che ci parlasse un po’ di quest’uomo, di questa figura di padre.

Gemma Capra: Tonino Milite, per chi non lo sa, è il mio attuale marito.

Io mi sono risposata dopo circa undici anni, ho sposato un insegnante che lavorava con Bruno Munari nella creatività infantile, ha sempre lavorato con i bambini.

Niente di più bello che entrare nella mia famiglia!

I miei figli lo chiamano papà perché si è accollato non solo questi tre bambini riportando la risata a casa nostra ma tutta la nostra storia. Ci ha riportato la capacità di scherzare, di giocare con la vita.

Lui è un artista, poeta, scrive libri di poesia, è pittore, ha fatto l’insegnante  di materie artistiche, ha fatto l’accademia di Brera.

In quanto artista è anche un po’ incosciente, perché uno non incosciente non avrebbe preso una vedova con tre figli!

Tonino ci ha aiutato tantissimo durante il processo, ha seguito tutte le udienze perché era più libero con gli orari rispetto a me. Ha condiviso in pieno tutta la nostra storia, se l’è proprio accollata.

Dopo quarantuno anni io faccio queste testimonianze e lui potrebbe sentirsi messo da parte, ma è invece un uomo generoso, contento che io faccia questi incontri e contento che io ne sia contenta.

Pensate che ancora io vado in qualunque parte con lui, in qualunque salotto e tutti mi presentano come la “vedova Calabresi”! Una volta ha detto: “E io sono il fantasma!”. È toscano e ha sempre la battuta pronta, ma non è stato facile per lui.

Se devo dare una definizione di Tonino devo dire che è stato molto generoso con me e con la mia famiglia.

Grazie di questa domanda che mi ha permesso di parlare di lui.

Banfi: Non c’è solo la gioia contrapposta all’odio, ma anche la fiducia contrapposta alla paura, che coglie proprio la temperie che stiamo vivendo adesso. è vero che negli anni ’70 c’era più violenza esplicita, però c’era più fiducia nel futuro, mentre oggi siamo ammalati da questo punto di vista. Oggi rivedevo discorsi di politica del Papa. Anche Benedetto XVI, come fece Giovanni Paolo II, ripete ogni momento: “Non abbiate paura”, come se il problema fondamentale dell’uomo contemporaneo, anche dal punto di vista politico-sociale fosse la paura del futuro. In un’intervista a Tracce lei ha raccontato di una visita al carcere di Padova, dove lei racconta che ha capito una cosa che non aveva mai capito con tanta evidenza.

Gemma Capra: Un paio di anni fa sono stata invitata nel carcere di Padova perché c’era una grande festa, una persona aveva scelto di fare la cresima, una doveva battezzarsi e una faceva la prima comunione e quindi avevano aperto il carcere agli esterni, ai parenti e agli amici e io ero tra gli invitati. In questo braccio sono quasi tutti assassini e le pene sono tutte molto pesanti.

è un carcere sperimentale dove i detenuti lavorano, assemblano biciclette, montano valige, fanno catering per l’esterno e in più cucinano per la mensa interna. E poi gestiscono un call center dando appuntamenti per la ASL di zona.

Prima ci hanno fatto fare un rapido excursus in tutte queste attività e gli stessi carcerati ci raccontavano la loro vita.

Ho scoperto che queste persone avevano una tale felicità di lavorare che dicevano che la mattina non vedevano l’ora di alzarsi per andare a lavorare, malgrado per farlo si spostassero di pochi metri.

è proprio vero che il lavoro nobilita, perché li faceva sentire importanti, veri, utili. è vero che il lavoro era un ponte verso l’esterno, ma parlavano del loro lavoro con una passione, con una serietà professionale incredibile, ammirevole.

Poi mi sono soffermata a parlare con alcuni di loro, soprattutto con quelli che avevano fatto la scelta di ricevere i Sacramenti.

Ho scoperto che questi ragazzi, alcuni avevano l’età dei miei figli, altri erano più grandi, avevano un’enorme sofferenza per il dolore causato dal loro gesto, soffrivano di una sofferenza profonda e ho scoperto che avevano incontrato Dio.

Vi sembrerà ovvio, ma io per tanti anni non ci avevo pensato. Dio corre in aiuto delle vittime, corre in aiuto dei familiari delle vittime, io l’ho sentito. Non avevo mai pensato che Dio corre in aiuto ovviamente di tutti coloro che hanno bisogno, perché nel Vangelo si dice chiaramente, ma io non me l’ero più detto. Quindi Dio è corso in loro aiuto e anche lì vuol dire che corre sempre in aiuto di quelli che hanno fatto del male. Ovviamente c’è chi sa rispondere, chi dice sì e chi magari non riesce a riconoscerlo o ha bisogno di un cammino più lungo.

Stavamo facendo la stessa strada!

Vi rendete conto? Loro, assassini, in carcere, soffrono come soffriamo noi, vittime del terrorismo, noi facciamo la strada per perdonare e loro per chiedere perdono. Entrambi soffriamo ma chi è più vicino di noi? Abbiamo una sofferenza comune, siamo stati entrambi avvicinati da Dio, l’abbiamo sentito, l’abbiamo incontrato e tutti e due facciamo un percorso o per chiedere o per dare perdono e quindi non si può fare altro che incontrarsi.

Questa scoperta che ho fatto solo due anni fa mi ha cambiato la vita, improvvisamente ho visto il mondo in un altro modo, ho visto gli assassini di mio marito in un altro modo, non sta a me giudicare chi lo fa e chi non lo fa il percorso, solo Dio lo può dire, nessuno può sapere quanta sofferenza abbiano le persone. Ma Dio lo sa e quindi solo Lui ci può giudicare e ci può amare con il suo infinito amore, però noi possiamo attingere a quell’amore.

Il fatto che Dio sia corso in loro aiuto e che si sia fatto sentire da loro come si è fatto sentire da me quando ero su quel divano, ti rovescia la vita completamente. Ecco perché prima dicevo: “Perché ricordare una persona per il suo errore, per grave che sia, e non per il suo cammino?”

Questo è stato molto utile perché io l’ho raccontato ai miei figli, a tutti i  miei  parenti, lo racconto quando vado agli incontri, l’ho raccontato ai miei amici e conoscenti e penso che sia molto importante, a me questo incontro ha dato una grande forza e sono contenta di esserci andata.


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